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Ferdinando Camon

Shlomo Venezia, testimone dell'orrore inespiato

 

Quotidiani veneti del Gruppo "Espresso-Repubblica" 2 ottobre 2012

 
È morto ieri uno dei pochissimi testimoni (dieci in tutto il mondo, due in Italia) delle camere a gas e dei forni crematori: Shlomo Venezia, ebreo deportato ad Auschwitz e costretto a lavorare nella squadra che estraeva i corpi dalle camere a gas e li portava nei forni. Un’infame corrente di pensiero nega questo crimine, dice che non è mai avvenuto. Nel momento in cui la Storia finirà e saranno giudicati i colpevoli, sarà Shlomo a parlare. Lo ascolteremo. Ci dirà cose che non sappiamo. Anche chi, come l’autore di queste righe, ha visto Auschwitz 1 e Auschwitz 2 (o Birkenau) e Mauthausen, ed altri lager, non può aver capito. È come se uno andasse all’Inferno e tornasse fra noi: nelle parole umane, la verità dell’Inferno non ci sta. Un regista francese, collaboratore di Sartre, ha girato il mondo per interrogare i sopravvissuti: costoro si dividono in 3 gradi, quelli che parlano molto perché hanno visto poco, quelli che parlano poco perché hanno visto molto, e quelli che non parlano più. Questi ultimi hanno visto tutto. Interrogati, si contorcono, gemono, ma non parlano. Lo Sterminio è “indicibile”. È stato inventato e realizzato dagli strati dell’uomo anteriori alla civiltà, e la parola è posteriore. La parola non può contenerlo. Shlomo ha lavorato a portar via i corpi dei gasati, dalle docce ai forni crematori: lui e tutti quelli della sua squadra, come quelli che li avevano preceduti nello stesso lavoro, dovevano essere uccisi, perché non dovevano restar testimoni. L’umanità non doveva sapere. “Faremo cose – dicevano i tedeschi - che nessuno potrà raccontare, e se qualcuno le racconterà nessuno gli crederà”. Dunque la realtà che Shlomo testimonia non è solo “indicibile” ma anche “incredibile”: lui l’ha raccontata a scuole, giornali, televisioni, scrittori, registi, l’ha descritta in un libro, l’ha spiegata anche a Benigni quando faceva il film “La vità è bella”, ambientato in un lager.  Chi ha visto Mauthausen ed è sceso al piano sotterraneo, dove stavano (stanno ancora) i forni crematori, non li ricorda: l’istinto di sopravvivenza li cancella dal cervello, il loro ricordo ti fa morire. Le camere a gas ad Auschwitz 2 o Birkenau sono state fatte saltare con la dinamite, affinché nessuno potesse sospettarne l’esistenza. Ma Shlomo Venezia è la prova più forte della dinamite: il testimone più diretto, che per sventura dei colpevoli è vissuto a lungo. Le camere a gas erano al termine della linea ferroviaria che entra nel lager di Birkenau, passando sotto l’arco della sede del Comando,  e si arresta contro i blocchi di fine-corsa. Da lì, guardando verso il comando, si ha a sinistra la distesa dei baraccamenti, capaci di contenere la popolazione di una media città, e a destra le camere a gas. C’eran notti in cui arrivavano migliaia di prigionieri, e alla mattina non ce n’era neanche uno. La speranza dei colpevoli era che non si venisse a sapere. Avremmo vissuto in un secolo segnato dall’«orrore ignoto».  Ma Shlomo Venezia e i pochi sopravissuti come lui ci han detto tutto. Perciò sappiamo. Ma non cambia molto: il Novecento resta pur sempre il secolo dell’«orrore inespiato».

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