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Ferdinando Camon

Non esiste libertà di bestemmia

 

"L'Arena" 23 settembre 2012
 
Brutti giorni, anzi bruttissimi. Cinquanta morti causati dalle proteste per il film e le vignette denigratorie di Maometto e dell’Islam. Qualcuno dirà: ma di chi è la colpa, degli islamici che s’infuriano o del regista del film o dei disegnatori delle vignette? È una domanda sbagliata. La domanda giusta è un’altra: si poteva evitare? E allora, perché non si è evitato?
Quelli che hanno fatto il film e le vignette appartengono a una cultura che si attribuisce la libertà di blasfemia. Dicono che negare questa libertà sarebbe negare la libertà primaria, la libertà di espressione. E che se ci sono islamici che si sentono offesi se vedono rappresentato Maometto nudo o assassino o terrorista, vuol dire che sono dei fobici, e noi non dobbiamo preoccuparcene: vogliamo farci condizionare dai fobici? Pare una domanda sensata. In realtà si può replicare: ma voi sapete di offendere la loro sensibilità, e se lo fate siete dei sadici: è giusto dare piena libertà ai sadici?
Il settimanale francese che pubblica le vignette contro l’Islam vende in media 45 mila copie, questo fascicolo è andato esaurito in due giorni ed è stato subito ristampato, adesso viaggia sulle 200mila copie, ma l’editore vuole arrivare al mezzo milione. In cambio però ci sono già numerosi morti e tante sedi diplomatiche attaccate. Il governo francese ha fatto richiesta che le rappresentanze francesi di venti stati stranieri vengano difese militarmente. Ma intanto avverte che non farà nulla per limitare la libertà di blasfemia: a limitarla non può essere il potere politico, per questo c’è il potere giudiziario, se qualcuno si sente offeso si rivolga alla magistratura. Gli islamici di Francia e di tutto il mondo sanno benissimo che questa risposta significa: il giornale che vi offende sta esposto sette giorni, in questi sette giorni noi non faremo nulla; dopo, si vedrà. È una condizione che anche i cristiani conoscono: non è lontano il tempo in cui c’erano donne nude raffigurate in croce sulla copertina di un settimanale, e si proiettava alla mostra di Venezia un film in cui Gesù Cristo andava con una prostituta, o in un altro film si sentiva una preghiera cristiana recitata con varianti sconce. Allora si diceva: ma non c’è nessuna offesa alla libertà altrui, chi non vuole questi prodotti non li compra e non li guarda. In realtà ignorarli è impossibile, perché se vai in edicola sbatti su quella copertina, se passi per una strada incontri i manifesti di quei film. Così è oggi per gli islamici: loro non hanno comperato, noi non abbiamo comperato, io non ho comperato quel settimanale francese, ma l’oltraggio a Maometto ci raggiunge in casa nostra, in tv, in internet. Gli islamici hanno diritto di offendersi oggi come l’avevano noi cristiani ieri. E poi, scusate: lo scandalo è uno strumento di promozione a cui ricorrono i prodotti scadenti. Quel film su Cristo con la prostituta e quello con la bestemmia a Maria, artisticamente parlando, erano delle solenni sciocchezze, suscitavano interesse solo perché c’era lo scandalo. E questo giornale francese, se vende in media 45 mila copie, vuol dire che quello è il suo livello: il sottobosco. Se inventa uno scandalo per salire a 500mila, imbroglia i suoi lettori. È sadico anche verso di loro.

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