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Ferdinando Camon

Bonhoeffer contro Hitler: era troppo spirituale

 

"La Stampa - Tuttolibri" 23 giugno 2012
 
 
L’aveva previsto Heinrich Heine: “Gli antichi dèi di pietra si risolleveranno dalle sparse macerie, si fregheranno dagli occhi la polvere dei millenni, e Thor con il gigantesco martello balzerà in piedi a distruggere i duomi gotici… Quando un giorno udrete un frastuono quale non si è mai sentito in tutta la storia universale, voi saprete che il tuono tedesco ha finalmente raggiunto la sua meta. A questo rimbombo le aquile cadranno morte dal cielo, e i leoni nel deserto più lontano dell’Africa arrotoleranno la coda e si accovacceranno nelle loro tane regali. Al confronto con lo spettacolo che andrà in scena in Germania, la Rivoluzione francese farà la figura di un innocuo idillio”. Ma perché quando questa profezia s’avvera, un secolo dopo, le coscienze cristiane d’Europa non la riconoscono? Perché non capiscono che chi vibra il martello di Thor per abbattere i duomi gotici vuole prendere nella storia il posto che era stato, fino a lì, di Cristo? In questo libro il gerarca nazista Reinhard Heydrich non dice che Hitler aspira a quel posto, ma che “avrà” quel posto: “Occuperà in Germania esattamente la stessa posizione che adesso ha Gesù Cristo”. Il nazismo era una nuova religione. Nei suoi piani c’era la creazione di una “Chiesa nazionale del Reich”, con uno statuto in cui era prevista l’abolizione della Bibbia e la collocazione sugli altari del Mein Kampf e una spada. Cosa questo significasse nel campo dell’etica, della scuola, della giustizia e della cultura, si vedeva ogni giorno di più. Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano, lo vedeva nelle relazioni con i deboli, i poveri, gli ebrei, e i vinti, man mano che le guerre procedevano. Il Mein Kampf, che purtroppo Bonhoeffer non tiene presente, non è un libro paranoico-aggressivo, ma fobico-depressivo. Hitler vi appare terrorizzato dalla strapotenza di Francia e Inghilterra. Hitler rappresentò una fuga da un male insopportabile. Gli intellettuali, e Bonhoeffer tra loro, temevano che questa fuga portasse la Germania alla distruzione. Quando cominciò la cavalcata delle vittorie, fu chiaro a loro che il mezzo con cui Hitler portava la Germania alla catastrofe era il successo. Il successo era una tomba. “O muore la Germania o muore la civiltà” dice Bonhoeffer. I successi militari erano dovuti alla belluina ferocia dei soldati di Hitler. Hitler malediceva la “mansuetudine” cristiana come una tara. I nazisti arrivano a censurare i Vangeli, a oscurare la crocifissione come “disfattista e deprimente”. I luterani nazisti spostarono sempre più i limiti della loro morale fino a renderla compatibile col nazismo: erano i “cristiani tedeschi”. Quando Hitler, appena vinte le elezioni, fa il suo primo discorso, nello stesso giorno Bonhoeffer tiene una predica, in cui contesta alla radice il “Führerprinzip”, trovandolo contrastante con la fede: il cristiano ha una sola guida assoluta, non può averne un’altra: “Germanesimo e Cristianesimo sono due opposti”, “O si è nazisti o si è cristiani”. Bonhoeffer sfugge ai controlli della Gestapo per anni, anche quando cospira con i gruppi che volevano uccidere Hitler. Questa biografia è un thryller, una sequenza di fughe e inseguimenti. Tutte le congiure falliscono. Da altri libri abbiamo altre spiegazioni. Da questo ne abbiamo una nuova: i congiurati cristiani erano paralizzati dal loro Cristianesimo. L’ultima speranza era in von Stauffenberg, ma von Stauffenberg, cattolico, chiese una preventiva assoluzione al suo vescovo per l’uccisione di Hitler, e il vescovo rispose che solo il papa poteva dargliela. Bonhoeffer finisce impiccato. Questa molto affettuosa biografia scritta da Eric Metaxas, commentatore culturale della CNN, limpidamente tradotta da Pietro Meneghelli, è una tragedia greca, uno scontro mortale fra Bene e Male, in cui la catastrofe incombe fin dall’inizio. Dietrich Bonhoeffer era “troppo spirituale” per combattere questa guerra. Per vincerla, doveva “sporcarsi”, e forse uccidere. Il suo terrore era che il Cristianesimo potesse non-perdonarlo. Ma dall’altra parte doveva sentire il sospetto che a non-perdonare fosse l’umanità. La soluzione stava nel costruirsi un’etica in cui il primo perdono confluisse nel secondo.
 

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