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Ferdinando Camon

Tabucchi, il sogno e la libertà

 

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso"-"Repubblica" 26 marzo 2012
 
 
 
È morto il più grande scrittore italiano dei nostri giorni: quand’ero presidente del Pen l’avevo candidato al Nobel, dopo aver indicato, negli anni precedenti, prima Mario Rigoni Stern e poi Andrea Zanzotto. Diversissimi tra loro, ma tutti meritevoli di entrare nella storia della letteratura mondiale. Tabucchi aveva, più degli altri, l’impegno sociale, che l’Accademia svedese non trascura. Il secondo Tabucchi, quello da “Notturno indiano” in poi. Perché il primo era nato sperimentalista, e lo sperimentalismo italiano, tutto linguistico, è passato come acqua fresca. La grande svolta di Tabucchi fu con “Notturno indiano”, un libro che lanciava il mito dell’India come aspirazione dell’anima, luogo nel quale ognuno vorrebbe vivere, anche se non lo sa, e quando ci càpita non se ne stacca più. Il romanzo racconta il viaggio alla ricerca di un amico che non dava più notizie, come se l’India l’avesse ingoiato, con la sua tristezza, la sua spiritualità, il suo bisogno di tutto, il suo contatto con Dio o con gli dèi, comunque s’intenda. È stato il libro di una generazione, il libro del “viaggio necessario”, dell’“andare dove bisogna andare”, del “non restare a casa”.  Nel mondo il mito del viaggio fu lanciato da Kerouac, col romanzo-culto “Sulla strada”, ma il viaggio di Kerouac era un’altra cosa, era il viaggio in sé, staccarsi da tutto, non aderire a niente. Il motto di Kerouac diventò il motto di una generazione (forse due): “Andare sempre, e non importa dove”. Vivere in viaggio e morire in viaggio. Viaggiare senza destinazione, e dunque senza arrivare mai. Due generazioni hanno applicato quel motto in tutti i campi, compreso il sesso: amare chiunque, pur di amare. Non era un bell’amare. Non era un trovare. Era un perdere sempre, un perdersi. Tabucchi ha dato al viaggio una meta: l’India. Era il tempo in cui tutti coloro che andavano in  India (tranne Moravia e Pasolini, più marxisti e meno spiritualisti) tornavano raccontando che in India “si sentono gli dèi”. L’India di Tabucchi è l’anti-Occidente, è il mondo dove abbandoni le tue ansie perché le ansie che devi seguire sono altre. È il mondo della conversione. L’amico che vi s’è perduto, e quello che va a cercarlo, non tornano fra noi, perché noi, rispetto alla loro nuova religione, siamo nell’errore. I romanzi di Tabucchi sono più poemi che narrativa. Anche “Requiem”. “Requiem” è una serie di incontri, e l’incontro è in Tabucchi la chiave della vita e della narrazione. Nella sua vita-narrazione l’incontro fondante è quello col grande poeta portoghese Fernando Pessoa. L’ultimo personaggio di “Requeiem” è proprio Pessoa: in una Lisbona così viva, che non capisci se Tabucchi sia a Lisbona o se sia un sogno. La sinistra italiana non ha capito la forza rivoluzionaria del sogno in Tabucchi, ha amato di più
“Sostiene Pereira”. Pereira lavora per un giornale in un paese sotto dittatura, quel che scrive deve rispettare la censura, e dunque esprime la volontà del potere e non la sua. Pereira inventa un sistema per far passare un suo scritto di denuncia e nello stesso momento scappare. In Italia eravamo all’acme del potere di Berlusconi, e la nostra sinistra sentì quell’opera come una denuncia del condizionamento berlusconiano su stampa e tv. A mio parere era una lettura corretta. Tabucchi questo voleva dire. “Sostiene Pereira in Portogallo” era in realtà “sostiene Tabucchi in Italia”. La libertà, dice Tabucchi, si difende sui giornali: i padroni vogliono l’anima di chi ci scrive, e chi scrive deve anzitutto salvarsi l’anima.  Autore schivo, timido, sfuggente, Tabucchi viveva segretamente, non era presenzialista, è morto per una malattia terribile e non sapevamo nemmeno che fosse malato. Ma le sue opere ci chiamano. Chi non le legge si fa del male.

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