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Ferdinando Camon

La bellezza della neve


"Avvenire" 2 febbraio 2012
 
 
Nevica sul Vesuvio, freddo siberiano, crolla il tendone del Palafiuggi, saltano le partite di calcio, 90 morti in Polonia, Romania, Bulgaria, 45 in Ucraina, in crisi anziani e clochard, disagi e ritardi sui treni, ci sono scuole e asili che chiudono. In gran parte d’Italia ci vogliono le gomme invernali o le catene, anche se la strada non è ghiacciata devi averle a bordo, la polizia ti controlla il bagagliaio, se non le hai sei in multa. Molti imprecano: maledetta la neve, a cosa serve la neve? Perché ci fa soffrire? Perché la vita, già così difficile, dev’essere più difficile? È giusto, è saggio che la natura sia fatta così? O c’è un errore? La neve è un male?
Guardo fuori dalla finestra, la neve volteggia come se non avesse peso. Però cade, un peso ce l’ha. L’ho vista infinite volte, praticamente ogni inverno. Per me, uomo del Nord, fa parte della natura e del mondo. Certo la vedevo con occhi diversi da piccolo, allora era accettata, era naturale. Poi è venuto il boom e col boom l’idea che nel corso della vita avremmo umanizzato il mondo, lo avremmo piegato alle nostre esigenze. E tra le nostre esigenze non c’è la neve né il freddo: sono due negativi. Per noi umani, ma anche per tutti gli animali. E per i vegetali: le piante soffrono, non crescono, la linfa che sale lungo la corteccia si ghiaccia. Nelle linee ferroviarie si possono bloccare gli scambi, un treno diretto a una destinazione s’immette in un’altra, il traffico va in tilt. La neve è un nemico. Come l’orso, il lupo, la lince, la volpe, tutti gli animali che tornano silenziosamente a popolare i nostri boschi, e che ci fanno guardinghi: si stava meglio prima. La Natura ci tradisce.
Lei noi, o noi lei?
Non siamo noi che diventiamo incapaci di amare la natura, di accettarla, quando è come dev’essere? Un bosco con l’orso è più bello, con le linci e le volpi pure, e un inverno che ha la neve è un inverno. Non volendo la neve, noi non vorremmo l’inverno. Non vorremmo la Natura. Vorremmo un mondo s-naturato. Non siamo più capaci di vivere.
La neve non c’è nel “Cantico di Frate Sole”, ma solo perché san Francesco lo scriveva in Umbria, in una stagione in cui la neve non scendeva. Se lo scrivesse ora, adesso, guardando i fiocchi di neve toccar terra senza tonfo, la inserirebbe tra le meraviglie per cui bisogna alzare le lodi. Francesco sta all’inizio della nostra storia letteraria, nel primo capitolo. Zanzotto sta alla fine, nell’ultimo. Zanzotto ha un’ode alla neve, perché la vedeva ad ogni inverno, faceva parte del suo paesaggio. Della neve fa un elogio immenso e fulmineo, la guarda e dice di essere «pronto, in fase d’immortale, / per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo. / Pronto. /Alla, della perfetta./ “E’ tutto, potete andare”». Dunque la neve non è uggiosa, dannosa, odiosa: è “perfetta” e basta. Il “potete andare” è rivolto a noi, che dal poeta ci aspettavamo chissà che cosa. Mentre dobbiamo soltanto prendere atto che la neve è una perfezione indicibile: è giusto, è bello che ci sia. Se c’è la neve, non c’è qualcosa di troppo. Se non ci fosse, ci sarebbe qualcosa di meno. Come il lupo, che dall’Austria scende verso sud, come l’orso, che dalla Slovenia cammina verso ovest, come le volpi, che in Carnia rubano le galline. La natura non è fatta perché noi la dominiamo senza disagio e senza paura: la vita sta nell’affrontare i disagi e vincere la paura. La neve ce lo ricorda. Nelle nostre case calde, noi la odiamo. Nelle loro case fredde, i contadini l’amavano. E non è vero che non serva a niente: “Sopra la neve fame, / sotto la neve pane”. Fra poco la neve si scioglierà e il pane spunterà.

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