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Ferdinando Camon

Boris Pahor, testimone contro i fascisti a Trieste

 

"La Stampa - Tuttolibri " 29 ottobre 2011
 

 
Libro importante e appassionante, un’epopea tragica e romantica della comunità slovena di Trieste, un libro necessario, che noi italiani non possiamo non leggere, anche se in molti punti ci racconta vicende ignominiose, compiute dai padri dei nostri padri, e che noi non sapevamo. Non queste. Non così. È la storia degli sloveni a Trieste, vista dall’altra parte.  L’autore, sloveno nato e vivente a Trieste, s’incarna nel protagonista Radko Suban, ne racconta la vita negli anni ’46-’47, ma trova modo di risalire fino alla liberazione dal lager di Bergen Belsen e più indietro ancora alle persecuzioni dei fascisti contro il suo popolo: nel suo cervello s’accendono, con improvvisi flash anche senza motivo, le vampe del rogo appiccato dalle Camicie Nere alla Casa della Cultura degli sloveni. Fiamme, il palazzo che brucia, scalmanati che saltano e cantano in camicia nera, inni di trionfo, di minaccia e di gioia, figure che scappano e piangono, sono quelli che parlano la lingua scritta nei libri che bruciano. È il trauma fondante della vita di Pahor. Non lo liquida, non ci riesce. Del resto, perché dovrebbe? Ma lo controlla, è lucido e calmo, non deborda, non maledice, anzi condanna chi vuole violenza per violenza. Ha coscienza che in quell’occasione non fu sconfitto lui o la sua… usiamo questa parola, razza, ma l’umanità. E vorrebbe una soluzione in nome dell’umanità. Non gl’interessa la lotta tra Urss e Jugoslavia, tra capitalismo e comunismo, tra Mosca-Roma (il Pci stava col Pcus, contro Tito) e Lubiana-Belgrado. Non ha una visione storica o politica del problema, ha una visione umana. E perciò perdente nei fatti, anche se moralmente alta. È un “senzapatria”, che non può vivere se non creando legami con la patria. Il più solido legame è questo libro. Storia di Radko-Boris e della comunità slovena e di Trieste e dell’incrocio di Trieste coi regimi che l’hanno attraversata: nella prima guerra i padri sloveni combattevano con l’Austria-Ungheria, hanno perso Vienna e son finiti sotto Roma, nella seconda guerra hanno perso Roma e rischiano di finire sotto Belgrado, il sogno di Pahor era che si trovassero sotto se stessi. Ma pur essendo tanta la parte storico-politica, questo è per me, essenzialmente, un romanzo d’amore. Boris recupera la vita di Radko fin da quando esce dal lager, e all’uscita trova l’infermiera francese Arlette. È il primo amore, che attraversa tutti gli altri amori. Mija, Erika, Neva. Donne diverse, amori diversi, ogni amore una visione della vita, la visione più acuta è la prima, quella di Arlette: “Il fondamento di ogni amore è la compassione”. Radko-Boris lo scopre all’inizio del libro, lo recupera alla fine. Da Arlette ha avuto niente e tutto, perché Arlette sposa un borghese, si sistema e fa una figlia. Ma in ogni momento è pronta a correre da lui. Lui intanto sta per avere un figlio dalla donna più provvisoria, più estranea, più immatura che ha incontrato, Neva. Ma non vuol legarsi, prende il treno e scappa. Ogni donna è una seduzione, e la seduzione genera un campo magnetico: come vi entra dentro, è attratto nel gorgo, precipita. Lui “patisce” la vita, non vive la vita, è la vita che vive in lui, dettandogli le leggi. Tutto “càpita”. Anche gli arresti e le deportazioni, naziste o fasciste. “L’umanità (dovrebbe guardare ai milioni di cadaveri dei lager) come il contadino guarda al letame che favorisce il nuovo raccolto”.  Deve pensarla così anche l’inquirente della Casa del Lavoratore che sottopone Radko a un interrogatorio kafkiano, preambolo drammatico al regime comunista che sta per venire. Radko non ama quel regime, non vuole “una” Trieste, sogna una “doppia” Trieste, una Trieste dalle due anime: si sente un essere “anfibio”. “La pretesa di conservare l’assoluta purezza dell’ideologia si rivelava simile alla smania per la purezza razziale. Entrambe sono spietate, entrambe conducono immancabilmente alla necessità di annientare l’avversario pur di ottenere una base pura utile all’affermazione dell’unica verità pura. L’una si affanna a escludere i non-ariani, i semiti e quanti sono considerati essere inferiori da ridurre in schiavitù, l’altra demonizza i deviazionisti, pecore rognose che minacciano di infettare l’intero gregge”. È un tempo buio, è una vita buia, il libro la svela: “Così si svela il porto, una volta placatasi l’offensiva dei banchi di nebbia”. Senza nebbia, si vede tutto. Ma quel che vede l’autore, alla fine del libro, è il fascista che bruciava la Casa della Cultura, scarcerato e felice in giro per la città: il Male graziato dalla Giustizia. Problema di Trieste. Problema dell’Italia. Problema dell’Europa. Problema, anche, della nascente Jugoslavia. E degli Stati nati dalla dissoluzione della Jugoslavia. Problema dell’umanità: Pahor è un fratello di tutti.
 
(fercamon@alice.it)
 
Boris Pahor, Dentro il labirinto, traduzione di Martina Clerici, Fazi editore, 2011, pagg. 640, euro 18,50

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