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Ferdinando Camon


"Il Quinto Stato" e "La Vita Eterna": l'assoluzione dei colpevoli di strage in Germania

Nei paesi della Bassa Padovana e del Veneto Euganeo sono accaduti, sul finir della guerra, episodi così tragici ed eroici, che dovrebbero trovar posto nei testi scolastici di storia, e invece non ci sono. Sono più limpidi, più importanti, più carichi di forza etica, di tanti episodi che invece i nostri ragazzi studiano sui libri, Tito Speri, Guglielmo Oberdan, i martiri di Belfiore, e così via. Un ragazzo di Borgo San Marco, mio parente, catturato in una retata, venne tenuto col laccio al collo sotto la minaccia dei tedeschi: "Se tu non parlare, noi 'piccare". Ogni volta che un tedesco gli capitava vicino lui gli tirava un calcio sugli stinchi e rispondeva: "Non parlo, picchéme". Lo hanno impiccato al ponte di Bevilacqua (Verona). Decine di contadini, partigiani e non, catturati nel montagnanese dopo che eran stati fatti saltare i ponti, furono torturati (scosse elettriche, estrazione delle unghie) nel castello di Bevilacqua, ma nessuno parlò, o forse uno soltanto. Alcuni rimasero invalidi. A Castelbaldo (Padova) si raccontava che diciotto ragazzi erano stati fucilati contro il portone del Duomo, e così ho narrato in un libro, ma il pittore Inos Corradin, vivente in Brasile ma nato a Castelbaldo, mi ha fatto sapere che in realtà eran stati gettati nell'Adige, e mitragliati mentre nuotavano. A Este, nel collegio vescovile, c'è una lapide dei prigionieri che lì han perso la vita, ma è tristemente incompleta. Cinquant'anni dopo quei fatti, un tedesco che vi aveva preso parte (Herward Beschorner) scese a Este per un incontro che voleva essere di riconciliazione: portava un libretto autobiografico, in cui raccontava l'esecuzione di prigionieri nella sede del comando che nessuno sapeva fossero morti in quel modo. Secondo Beschorner, i diciotto ragazzi di Castelbaldo erano stati fucilati contro la chiesa. Nell'autobiografia ("Disertare Lembcke", Isonomia editrice, Este, Padova) egli esponeva imprese eroiche e generose da lui compiute quand'era soldato in Russia, probabilmente vere, ma taceva le imprese obbrobriose compiute in Italia, certamente vere. Se le è sentite rinfacciare nel pubblico incontro, da prigionieri sopravvissuti. Secondo lui, le vittime delle rappresaglie tra l'Adige e i Colli Euganei erano state 56. Un dirigente del Corpo Volontari della Libertà, Giuseppe Fabris, scrisse in quell'occasione un opuscolo per mostrare le reticenze e gli inganni di Beschorner. Nell'opuscolo Fabris tracciava un ritratto attendibile del comandante tedesco della guarnigione, Willy Lembcke, grassoccio, rozzo, ambizioso, insensibile, che non era delle SS ma della Wehrmacht (l'intera guarnigione era della Wehrmacht), e obbediva a tutti gli ordini  per ragioni di carriera. Questo Lembcke fu poi citato in processo dalla magistratura tedesca, ma il processo non ebbe mai luogo: le vittime italiane erano rappresentate da un avvocato di Verona, Guariente Guarienti, che mi aveva mandato una lettera per chiedermi che cosa, nei libri in cui raccontavo le rappresaglie tedesche ("Il Quinto Stato" e "La Vita Eterna", il primo già uscito, il secondo già pronto), era storico e che cosa era inventato. Guarienti presentò i capitoli pertinenti dei due libri  come documenti a carico, nella doppia lingua, italiana e tedesca. La notte precedente alla prima udienza, una televisione tedesca manda in onda un filmato sulle rappresaglie di Este-Montagnana-Castelbaldo-Bevilacqua, l'ex comandante tedesco è lì nel suo salotto, con i documenti a carico in mano, vede tutto, ha un infarto, vien portato in clinica e muore. Quasi nessuno in Veneto sa che così è morto il capitano tedesco che aveva comandato la feroce guarnigione di Este. La giustizia tedesca ha una curiosa evoluzione riguardo a questi crimini: nel 2003-2004 uno di quei libri, in cui racconto le rappresaglie, viene adottato nell'università di Potsdam dalla professoressa Isabella von Treskov, la quale a fine corso mi scrive che gli studenti vorrebbero approfondire le ricerche, ma in Germania non è più possibile: in base a una nuova legge, se un cittadino tedesco è imputato di crimini che possono infangare la sua memoria ma nuore senza che il processo sia giunto a sentenza, ha diritto che tutte le prove a carico non siano archiviate (come succede in Italia) ma siano distrutte. Sicché le atrocità commesse a Este, Montagnana, Castelbaldo e dintorni è come se non fossero mai avvenute. Non esiste nessun documento che ne parli in Germania. Ma esistono, mi scrive la professoressa von Treskov, "Il Quinto Stato" e "La Vita Eterna", cioè, in Germania, "Der Fünfte Stand" e "Das Ewige Leben". Quando mi chiedo chi, in questo scontro di potere fra Letteratura e Politica, abbia vinto, mi viene l'amara risposta che la Politica abbia stravinto. 

Dopo aver preso accordi con i sindaci di venti comuni del Veneto Euganeo, affinché s'impegnassero ad acquistare delle copie e distribuirle fra gli studenti delle loro scuole, sono andato a trovare Francesco Selmin, direttore della rivista "Terre d'Este" che si occupa di storia locale e s'è spesso interessato di queste vicende (i pochi punti fermi raggiunti si devono soprattutto alla sua rivista), e l'ho convinto a compilare un piccolo volume, che raccontasse le rappresaglie tedesche in maniera sistematica e definitiva. I comuni che han collaborato all'iniziativa sono Baone, Casale di Scodosia, Castelbaldo, Cinto Euganeo, Este, Granze, Lozzo, Masi, Megliadino San Fidenzio, Megliadino San Vitale, Merlara, Montagnana, Padova, Piacenza d’Adige, Ponso, Santa Margherita, Urbana, Vò. Alla fine della ricerca, Selmin fissava il calcolo delle vittime, tra fucilati e impiccati, a 156. Il libro (Francesco Selmin, "La Resistenza tra Adige e Colli Euganei", Cierre Editrice, Verona, 2005), è stato stampato e ristampato.  Ma son passati sessant'anni. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. La Storia arriva con enorme ritardo. "Il Quinto Stato" è del 1970,  la morte di Lembcke del 1971, la notizia con cui Isabella von Treskov m'informava che in Germania sono stati distrutti tutti i documenti militari è del 2004. Quando passo davanti alla lapide di quel ragazzo partigiano, impiccato al ponte di Bevilacqua, fermo l'auto per un attimo, abbasso il finestrino e gli dico: "Io, per te, ho fatto quel che ho potuto". 

(2007)

 

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