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Ferdinando Camon


Mengaldo. Polemica Mengaldo - Camon. Mafia accademica

"Mattino di Padova", 4 aprile 2002

Torno da Los Angeles, e scopro che s'è svolta su questo giornale una complessa polemica sul mio articolo del 21 marzo dedicato all'assassinio di Marco Biagi: sono intervenuti prima il professore di filosofia Umberto Curi (22 marzo), poi il senatore dell'Ulivo Paolo Giaretta (25 marzo), infine il professore di filologia Pier Vincenzo Mengaldo (28 marzo). Nel mio computer trovo 35 e-mail, una foresta. Risponderò a tutte, una per una. Ringraziando chi è d'accordo e chi è contrario, perché ognuno m'insegna qualcosa. L'unico che ha cercato gl'insulti è Pier Vincenzo Mengaldo. Ha creato così una situazione sgradevole, uno scontro personale, inelegante e meschino, che mi ripugna e che non avrei mai voluto. Ma al quale, a questo punto, non posso sottrarmi. Io avevo diviso l'articolo in due parti, una contro la violenza verbale della Sinistra e una contro la violenza verbale della Destra. Per dire che c'è un terrorismo rosso, ma che potrebbe tornare anche un terrorismo nero. Perciò avevo scritto che la Destra deve smetterla di definire continuamente quelli di Sinistra "comunisti" o addirittura "stalinisti", che è come dire "nemici della nostra civiltà", perché così si fa tornare il clima delle stragi nere. Mengaldo nasconde questa parte e fa finta che non ci sia. Che in Italia sia necessario "abbassare i toni" lo dice Ciampi, lo dicono i presidenti di Camera e Senato. Lo dice la vedova Tarantelli. Lo dicono i maggiori quotidiani italiani e stranieri. Con parole identiche alle mie. Ma non è per la sua sostanza che rispondo alla lettera di Mengaldo. La lettera, che rivela un antico livore che m'era sfuggito (dovrò svegliarmi), mi ha dato fastidio per un'altra ragione: Mengaldo impianta un confronto non di intelligenza politica ma di morale tout court, si contrappone a me come migliore a peggiore, onesto a disonesto, razionale a "delirante" (sic). Mi dà insomma una lezione come maestro di vita e di etica. E questa cosa mi sorprende non poco. Non conosco i libri di Mengaldo, perché leggo solo ristampe. Di Mengaldo conosco quel poco che trapela sui giornali. L'ultima volta che i giornali han parlato di lui è stato quando ha fatto il commissario in un concorso a cattedra universitaria, e come tale avrebbe esaminato, valutato, promosso e messo in cattedra il fratello di sua moglie. A me è sembrato un bel conflitto d'interessi. Il conflitto d'interessi di Mengaldo è più piccolo di quello del presidente del Consiglio, ma, in una biografia piccola, la riempie tutta. Tra fare l'interesse dello stato e fare l'interesse del clan, lui avrebbe scelto la seconda strada. Forse la signora l'ha soltanto ingravidata e resa madre ma non sposata, e dunque non è una vera moglie, e lui può far finta di non conoscere né lei né suo fratello, che di cognome fan Brugnolo. Legalmente la cosa sarà stata possibile, non lo so. Tutti i conflitti d'interessi hanno i loro alibi. Anche quello del presidente del Consiglio. Ma allora come mai mio figlio, che insegna Diritto Penale, il giorno in cui si presentava a far l'esame il figlio di mia sorella, s'è fatto sostituire? Camonianamente, una normale onestà; mengaldianamente, una coglioneria totale. Ora il teorico dell'onestà come coglioneria totale mi dà questa solenne lezione pubblica di rettitudine politica-morale-sociale. Di questo passo, sentirò il magnaccia farmi l'elogio della castità. Il lettore avrà notato che uso forme dubitative, "avrebbe esaminato", "avrebbe messo in cattedra". Le notizie son quelle, ma è davvero temerario che Mengaldo, con questo scheletrone nell'armadietto, si presenti come Campione dell'Onestà della Sinistra, e che la Sinistra lo usi come testa d'ariete, invece di espellerlo per indegnità. Se ha le sue buone ragioni, diverse dal "Così fan tutti" o "Io e la madre dei miei figli non siamo parenti" o "Perché Asor Rosa sì e Mengaldo no?" (che, moralmente parlando, son tre fregnacce), le tiri fuori. Gli do un paio di giorni. Son qui che aspetto, insieme con i suoi colleghi e i suoi studenti.

P.S. Nella risposta, Pier Vincenzo Mengaldo dice che sì, ha messo in cattedra il fratello di sua moglie (o compagna), e se ne assume la responsabilità. Il preside di facoltà di allora, Oddone Longo, interviene con questo ragionamento: se Mengaldo ha fatto il commissario in un concorso a cattedra e ha assegnato la cattedra al fratello di sua moglie (o compagna), quello non è un conflitto d'interessi, ma "una faccenda privata" (sic). Camon risponde che trasformare un concorso statale, o un'asta, o un appalto, in una faccenda privata, è l'attività della mafia, e che in questo modo il preside di facoltà afferma che Vincenzo Mengaldo è un mafioso. Nessuno ha smentito.

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