Pubblicità - Advertisement
Il sito ufficiale di Ferdinando Camon

Ferdinando Camon


AL  SEGRETARIO: mi dà il solito segnalino di pervenuto? Grazie. Camon
 
 
Per il Direttore M. Tarquinio
 
4 dicembre 2017
 
La macchina tagliateste
 
Di Ferdinando Camon
 
Non è da adesso che le decisioni più incresciose nelle aziende, come quella di licenziare in tronco o, come dicono i dipendenti, “tagliare le teste”, non vengono prese dai dirigenti, che con i dipendenti hanno spartito il lavoro, il successo, i fallimenti, insomma la vita, e adesso non vogliono dare la morte, perché togliere il lavoro è come togliere la vita. Da tempo queste decisioni vengono prese da personale terzo, i cosiddetti “tagliatori di teste”. Brutta espressione, brutto lavoro, che viene svolto tanto più efficacemente quanto più in colui che lo svolge è spento il sentimento della pietà. C’è un proverbio che dice: “Medico pietoso non guarisce malati”, e sta a significare che il medico deve fare le cure più efficaci, non le meno dolorose. Il suo compito è rimettere in salute. I medici esistono, e devono guarire. I chirurghi esistono, e devono tagliare. I tagliatori di teste esistono, e devono salvare le aziende. C’è un film su questa professione, interprete George Clooney, titolo “Tra le nuvole”. Il tagliatore di teste dev’essere libero come l’aria, non deve avere legami affettivi o sentimentali. Poiché vola da una città all’altra, il suo traguardo dev’essere accumulare le tot migliaia di miglia di volo, che gli darebbero diritto a entrare nel prestigioso club dei super-viaggiatori. La sua carriera passa tra disperazione e suicidi di quelli che lui taglia. Ma lui non deve lasciarsi toccare dal dolore altrui. Il tagliatore di teste è una figura tragica. Un po’ alla volta doveva essere sostituita. Non un uomo deve tagliare le teste, ma una macchina. È quel che sta succedendo. In questo momento alla Ikea scoppia un caso clamoroso: la macchina ha tagliato la testa di una dipendente che faceva troppe assenze, ma la dipendente ha un figlio con gravi disabilità, e dunque il caso applica una spietatezza che turba tutti. “È una decisione disumana” accusano i sindacati. “Infatti, l’ha presa una macchina”, risponde l’azienda, “un computer”. La tesi è: non avendo sentimento, la macchina è “giusta”. Noi italiani siamo formati sull’idea di fabbrica e di lavoro come ce l’ha costruita la letteratura di fabbrica, la grande letteratura di Calvino, Pavese, Ottieri, Volponi, Parise. In questa letteratura la figura dominante è quella del padrone. Il padrone ti assume e ti licenzia, ti promuove o ti retrocede. Il padrone te lo devi ingraziare, cioè devi entrare nelle sue grazie. Il padrone ha i suoi “beniamini”, se vuoi far carriera devi entrare tra i suoi beniamini. Il computer non ha beniamini. Promuove o retrocede seguendo schemi automatici. Se taglia la tua testa, vuol dire che la tua testa è da tagliare, per il bene dell’azienda. Ho avuto a che fare con i “tagliateste”, in due case editrici. Io non sono un dipendente di case editrici, però faccio libri, quindi ho a che fare con case editrici e quelli che ci lavorano. E vedevo che quando arrivava in azienda un tagliateste, tutti i dipendenti entravano in fibrillazione, perché non sapevano chi il tagliateste avrebbe tagliato. Il tagliateste si faceva portare i conti e li studiava. Quali libri si eran venduti di più? Gialli? Neri? Rossi? Dove ci han tradotto di più? Quali nostri libri son diventati film? Nei settori meno redditizi, si doveva ridurre il personale. Il tagliatore lavorava alcuni mesi poi se ne andava, strapagato. Dietro di lui, le teste superflue cadevano. Ho visto interi reparti soffrire nell’attesa di queste cadute. C’era una nuova assunta, una cinese, che lavorava con passione smisurata, però combinava anche dei pasticci. Tutti temevano che la sua testa finisse tagliata. Compì gli anni, e fu coperta di regali.  Era sposata, e rimase incinta. Le colleghe presero a chiamarla Pan-Cion-Cin. Tagliare lei, era come tagliare tutti. E così andò: la macchina seminò nel reparto un lutto collettivo. Non fu bene, per l’azienda. Ora all’Ikea si ripete quel lutto: per una testa tagliata, protestano tutti, operai e sindacati. È vero che il problema delle assenze dal lavoro lo creava quella dipendente, ma qui bisognava “interrogare” la macchina e poi discutere con tutti, prima di eseguire il verdetto. Se interpellassimo un computer, su cosa fare con la Corea del Nord, il computer risponderebbe: “Distruggetela”. Non sarebbe una decisione salvifica. In azienda non va bene la decisione che turba i dipendenti. In politica non va bene la decisione che turba l’umanità.   

 

 

 

Per il Direttore

23 novembre 2017   



Mladic si credeva un dio



Di Ferdinando Camon



Cosa vogliono quelli che vogliono eliminare una razza dalla Terra? L'ultimo di loro è Ratko Mladic, che espresse molto brutalmente, con le parole e con le azioni, alla sua nazione e a tutta l'umanità, il suo programma. Vogliono "correggere la creazione". La creazione è sbagliata, esistono razze che non hanno il diritto di esistere, la loro esistenza peggiora l’umanità, e noi, eliminandoli, la miglioriamo. Nelle intenzioni, c’è qualcosa di benefico nel loro programma, qualcosa di sacrificale. Noi ci stupiamo che possano concepire un programma del genere. Loro si stupiscono che il loro progetto non venga compreso e condiviso da noi. La possibilità di un’intesa è esclusa. I momenti-clou della vita e dell’opera di Mladic per me sono questi: 1) Mladic che aspetta accanto a una siepe, di notte, a ridosso di un villaggio addormentato, c’è un buco nella siepe, i soldati di Mladic arrivano in fila indiana, devono passare per quel buco e scagliarsi addosso alle case addormentate per fare la strage, come arrivano uno alla volta il generale stende la mano destra, il soldato gliela bacia chinandosi e si butta all’assalto; Mladic è un dio, che concede la grazia dell’assoluzione a chi sta per fare un massacro, chi fa il massacro lo fa per quel capo, e con ciò è autorizzato a sentirsi giustificato; 2) Mladic che arriva nell’enclave di Srebrenica con le sue truppe, le sparpaglia  a dar la caccia ai bosniaci, il comandante del contingente olandese delle forze di protezione dell’Onu si avvicina per fermarlo, ma Mladic lo ributta indietro con queste parole: “Io qui sono dio, e tu non sei niente”: in realtà non dice “niente” ma pronuncia una parola oscena, con ciò volendo dire “quel che voglio io è il bene ed è tutto, quel che vuoi tu non conta”: era pronto a far fuoco sulle truppe olandesi, se lo avessero ostacolato? Le truppe olandesi così intesero, e lo lasciarono fare, e ancor oggi spartiscono l’onta di quell’episodio; 3) aveva una figlia, Ana, nell’età dell’adolescenza, e la figlia era innamorata di un ragazzo di etnia bosniaca, il padre non voleva quella storia in famiglia, perciò – è un sospetto, non confermato ma non  smentito – fece in modo che il ragazzo (soldato) morisse in azione, la figlia si suicidò, chi dice “per questo”, chi dice perché sospettava che il padre fosse colpevole dei tanti massacri, non li impedisse ma anzi li ordinasse. La figlia si uccise con la pistola del padre, come per dire che era il padre che la uccideva. Correva voce che il padre andasse qualche volta sulla tomba della figlia, nell’anniversario della sua morte. Quando un parente va sulla tomba di un defunto, gli parla. Va lì apposta per un dialogo. Non sapremo mai cosa dicesse Mladic alla figlia morta per lui. Forse le avrà spiegato la grandezza smisurata e sovrumana del suo progetto storico, la costruzione della Grande Serbia. Ma comunque l’abbia messa, il suo discorso, nel nucleo della sua sincerità, significava in realtà questo: “Tu vali molto per me, ma tu ed io valiamo meno del mio progetto, accetto la tua morte purché il mio progetto viva”; 4) a Srebrenica fece una carezza a uno dei prigionieri che stava mandando a morire, a essere fucilati e poi gettati in fosse comuni, il prigioniero che lui carezzò era un ragazzo, vedo che qualche giornale ieri si soffermava su quest’episodio, citandolo come una prova di crudeltà, d’insensibilità; in effetti è impossibile non interrogarsi sul carnefice che carezza una vittima: cosa vuol dire, commozione? Compatimento? Fermiamoci su quest’ultima parola, che vuol dire “soffrire insieme”, ma cerchiamo di adattarla a quest’uomo, a questi uomini, a questi casi: il potente ha pietà del debole se lo libera dalla sofferenza, se invece gliela infligge sfida la pietà e la infrange. Parlo di Mladic ma anche dei tanti come lui. Soffrono di “dismisura”, quel peccato che i greci chiamavano “hybris”. Con l’hybris il peccatore sfida la divinità, se crede, o l’umanità, se non crede. Gli han dato una pena smisurata, che non finisce mai. E cioè: gli han dato il tempo che gli serve per capire le sue colpe. La speranza è che ne faccia buon uso.

Per il Direttore
 
22 settembre 2017
 
Un pianoforte in stazione
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Nella mia città, Padova, due anni fa un imprenditore illuminato aveva piazzato nella stazione ferroviaria, sulla banchina di fronte al primo binario, un pianoforte. Color nero lucido, marca Yamaha, modello C3 a coda. Uscendo dalla biglietteria, e prima d’imboccare i sottopassaggi, t’imbattevi in questa macchina suonante: perché di fatto suonava sempre, anche di notte. Era lì a disposizione del pubblico, gratis, chiunque volesse suonare si sedeva ed eseguiva la musica che voleva. Tutt’intorno la gente, anche quella che aveva fretta (nelle stazioni tutti hanno fretta, chissà perché), si fermava alle sue spalle, dritta, e ascoltava. Uno sconosciuto suona in pubblico una musica che gli passa per la testa, e tanti sconosciuti si bloccano ad ascoltarlo, sorpresi, attirati, curiosi, interrogativi: chi suona? Che cosa suona? Perché? Mi riguarda? Cosa vuole dirmi?
Era una pausa umanizzante, come la fretta del viaggio è disumanizzante. Se ”partire è un po’ morire”, allora fermarsi e ascoltare la musica è un po’ rinascere. Un pianoforte che suona in una stazione ferroviaria ferma la tua vita, ti fa delle domande, e ti obbliga a rispondere. Quelle domande sapevi da sempre di averle dentro di te, ma speravi di tirare avanti all’infinito, senza rispondere mai. Un po’ come l’Innominato quando si trova di fronte al cardinale: entra in crisi. Bene, da due anni, ogni volta che prendevo un treno e andavo in stazione, nella mia città, mi fermavo ad osservare lo sconosciuto di turno, seduto sullo sgabello, che suonava quel pianoforte nero, muovendo con sapienza le dita sui tasti e curvando o drizzando il busto per caricare i suoni che esprimeva, e guardavo la gente che si radunava intorno. La vedevo colta in contropiede. Interrogativa, dubitosa, sullo spettacolo e su di sé. Sulla propria vita. Sul proprio tempo, sul nostro tempo. Un dubbio, una dubitosità benéfici, perché se dubiti puoi correggerti, se la tua vita ha un errore puoi eliminarlo. Tutto questo alla stazione, alle Ferrovie, allo Stato non costava niente. Perciò pensavo che sarebbe stato copiato da altre stazioni. Immaginavo che sarebbe spuntato un pianoforte anche alla stazione Centrale di Milano, alla stazione Termini di Roma, a Firenze Santa Maria Novella. Immaginavo che i viaggiatori stranieri si sarebbero fermati entusiasti, pensando: “Ah, gli italiani, che grande popolo!, pazzo d’arte!”. C’era perfino un suonatore professionista, che veniva in stazione apposta per suonare il pianoforte, in abito scuro e guanti bianchi, e suonava lunghe melodie struggenti. Era il suo modo di piangere? Di che, perché? Non gliel’ho mai chiesto. Nel ”Pianista” di Polanski, il capitano tedesco melomane che s’imbatte nel pianista ebreo nascosto in una casa distrutta, dove d’intatto è rimasto solo un pianoforte, non gli chiede il nome, gli chiede cosa fa di mestiere: “Io sono… io ero un pianista”, “Pianista? Prego, suonate qualcosa”, e quello suona. Polanski ci fa sentire per qualche minuto quei suoni angelici e intanto sorvola con la macchina da presa la città di Varsavia disintegrata dalle bombe, dove non resta pietra su pietra: gli uomini che esprimono quei suoni angelici esprimono anche questa furia diabolica. Il capitano tedesco salva il pianista ebreo, portandogli da mangiare e cedendogli il proprio cappotto. “Grazie”, fa il pianista. “Non è me che dovete ringraziare”, “E chi dunque?”, “Dio, è a Lui che dobbiamo la nostra sopravvivenza”. Nella Varsavia incenerita la musica è qualcosa di paradisiaco in un  mondo infernale. Purtroppo (è questa la ragione per cui scrivo questo articolo), da ieri il pianoforte, nella mia stazione, non c’è più. Il padrone l’ha ritirato. Perché vandali sconosciuti avevan rotto il sedile, una gamba, il coperchio che copre i tasti. Chi sono questi vandali? Quelli che suonano e quelli che ascoltano sono malati di qualche male da cui vogliono guarire. I vandali, che non ascoltano e vogliono che neanche gli altri ascoltino, sono troppo malati per guarire.

Contattare il webmaster | design © 2005 A R T I F E X
© 2001-2011 Ferdinando Camon.
Ai sensi della legge 62/2001, si precisa che il presente sito non è soggetto all'obbligo dell'iscrizione nel registro della stampa, poiché è aggiornato a intervalli non regolari. Il sito è ospitato da Register