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Il sito ufficiale di Ferdinando Camon

Ferdinando Camon


 

Per il Direttore e per Brunetto e per Mafrici
 
16 ottobre 2018
 
Entra la cultura veneta nelle scuole
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Finalmente si parte! Era ora. Da tre quarti di secolo si parlava di una scuola che, regione per regione, privava i ragazzi della cultura locale, e gli dava una patina di finta cultura nazionale, di fatto lasciandoli svuotati di passato, figli di nessuno, incapaci di comunicare tra loro e con gli altri. Finalmente è stato firmato un protocollo, tra il governatore Luca Zaia e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, che prevede l’entrata nelle scuole venete della storia e della cultura veneta, e stabilisce che questa esperienza verrà esportata nelle altre regioni, che dunque potranno istruire i loro figli come eredi dei loro padri. Abbiamo perso tre quarti di secolo crescendo studenti il cui primo dovere era imparare la letteratura, la storia, la civiltà nazionali, sentite come valori assoluti, lasciando perdere la letteratura, la storia, la civiltà locale, come se fossero indegne di conoscenza e di ricordo. Abbiamo creato così una frattura tra padri e figli, quelli non hanno trasmesso la loro civiltà, la loro storia, la loro vita a questi, e dunque i nostri figli non sono figli del paese, della città, della famiglia, della regione, sono figli di quell’entità astratta, intoccabile e invisibile, che è la nazione. I nostri ragazzi sanno tutto degli eroi nazionali, non sanno niente della vita eroica, a  volte grandiosa, dei loro genitori e dei loro paesani, non sanno niente del lavoro locale, della religione, della vita e della storia dei padri. Adesso, se l’entrata della cultura e della storia locale nelle scuole regionali funzionerà (e perché non dovrebbe funzionare?), si realizzerà una conseguenza epocale: il ragazzo imparerà che la Grande Storia parte dalla sua casa, dalla sua famiglia, e vi ritorna. Sentirà più importanti i suoi genitori, i suoi famigliari, il suo paese, la sua città. Da oltre mezzo secolo chi visita le scuole per tenere conferenze predicava ai professori e ai ragazzi del Veneto: “Ma leggete Rigoni Stern, Meneghello, Parise, studiate la Resistenza veneta, informatevi sul lavoro dei veneti e sull’emigrazione veneta in Europa e nelle Americhe, e sarete in grado di girare il mondo!”. Non era un’assurdità. Non c’era scuola siciliana che non leggesse Sciascia e Bufalino e Consolo, e questa era saggezza. Quella saggezza che il Veneto non aveva, che la Lombardia non aveva. Adesso l’avranno. La Lombardia esprimeva una letteratura industriale che faceva scuola nel mondo, ma non in Lombardia. Qui entra in ballo anche una questione di orgoglio: eravamo una regione minore perché ci comportavamo da regione minore, indegna di essere studiata e ricordata. Se ora la studieremo e la ricorderemo, crescerà nei nostri figli l’autostima. Era ora. Ce n’era tanto bisogno. Doveva arrivare mezzo secolo fa, ma meglio tardi che mai.            

 

23 giugno 2018  
 
Sbagliato togliere la scorta a Saviano
 
Di Ferdinando Camon
 
La polemica sulla scorta di Saviano è sgradevole e irritante. E più sgradevole e più irritante è che ad aprirla sia il ministro degli Interni, Salvini. Roberto Saviano è da 11 anni un uomo in pericolo di vita, a minacciarlo è la mafia, anzi le mafie, compresa in primo luogo quella che si chiama camorra. La camorra ha condannato a morte Saviano per tutte le rivelazioni che Saviano ha fatto sulla camorra: ha rivelato affari, uomini, clan, famiglie, operazioni, tecniche, luoghi, li ha rivelati in articoli, interviste, libri, film, così facilitando allo Stato gl’interventi di contrasto e gli arresti. Nessun dubbio che se Saviano fosse facilmente raggiungibile la mafia e la camorra lo avrebbero tolto di mezzo. Per me, per i tanti che la pensano come me, nessun dubbio che lo toglierebbero di mezzo anche adesso, se potessero organizzare una esecuzione mafiosa, pianificando l’agguato e la fuga. Per far questo, hanno bisogno di sapere in anticipo i suoi movimenti, conoscere i luoghi dove si presenterà, aspettarlo o raggiungerlo in moto o in auto, sparargli e sparire. Sarebbe un trionfo per la mafia e un rilancio: “Vedete, siamo più forti dello Stato, come sempre”. Un’impresa del genere diventerebbe pensabile e fattibile se a Saviano togliessero la scorta. Sarebbe una sconfitta per lo Stato, e un disastro per il ministro dell’Interno. È dunque interesse del ministro dell’Interno lanciare la proposta, più o meno mascherata, di togliere la scorta a Saviano? Certo che no. È un errore. Salvini è un impetuoso, e nell’impeto si commettono errori. Un creatore di opinione pubblica, come Saviano, va rispettato come un’istituzione, anche da coloro contro i quali quell’opinione pubblica vien suscitata e mossa. Ma anche chi crea opinione pubblica ha dei doveri, primo fra tutti quello di rispettare le scelte della democrazia, e non importa se non sono quelle che tu vorresti. Non c’è dubbio che Saviano non gradisce che il popolo abbia votato Cinque Stelle e Lega, e che di conseguenza Salvini sia ministro dell’Interno. Ma così è, così ha voluto la democrazia, e Saviano non può permettersi di chiamare “buffone” un ministro in carica a lui sgradito. Dirò di più: chiamandolo “buffone” insulta non solo gli elettori che l’hanno votato ieri, ma anche quelli che lo voterebbero oggi, che sono circa il doppio. Perciò dico: Saviano sbaglia.
E questo sbaglio è certamente tra le motivazioni per le quali il ministro si domanda se Saviano merita ancora una scorta. Ma la scorta gli è dovuta, a prescindere da queste ragioni. Non è che tu, ministro degli Interni, sei favorevole alla scorta per coloro che lottano contro la mafia solo se sono tuoi amici. Deve bastare la prima condizione: dài la scorta a coloro che rischiano la vita contro la mafia. Ricordiamoci com’è stato ucciso Marco Biagi, consulente del ministro del Lavoro: aveva appena messo a punto un libro bianco sul lavoro, gli tolsero la scorta, e pochi mesi dopo fu ucciso in un agguato davanti a  casa sua. Tutto molto facile. E prevedibile. Perciò evitabile.
La mossa politica di dire “togliamo la scorta a Saviano” contiene un messaggio denigratorio al pubblico, del tipo “ci costa, vi costa, è un privilegio, se lo merita?”. Non è un messaggio corretto, anzi è un messaggio filo-mafioso. Ricevere la scorta non è un privilegio, anzi è un’immensa rottura di scatole, per chi la riceve e per tutta la sua famiglia: non hanno più una vita privata, vivono nascosti, perdono amici e abitudini, vivono come talpe, per il bene della repubblica. Se fa marcia indietro Salvini non è buono, è giusto. Lo sia, una volta tanto. (fercamon@alice.it)

 

 


22 settembre 2017
 
Un pianoforte in stazione
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Nella mia città, Padova, due anni fa un imprenditore illuminato aveva piazzato nella stazione ferroviaria, sulla banchina di fronte al primo binario, un pianoforte. Color nero lucido, marca Yamaha, modello C3 a coda. Uscendo dalla biglietteria, e prima d’imboccare i sottopassaggi, t’imbattevi in questa macchina suonante: perché di fatto suonava sempre, anche di notte. Era lì a disposizione del pubblico, gratis, chiunque volesse suonare si sedeva ed eseguiva la musica che voleva. Tutt’intorno la gente, anche quella che aveva fretta (nelle stazioni tutti hanno fretta, chissà perché), si fermava alle sue spalle, dritta, e ascoltava. Uno sconosciuto suona in pubblico una musica che gli passa per la testa, e tanti sconosciuti si bloccano ad ascoltarlo, sorpresi, attirati, curiosi, interrogativi: chi suona? Che cosa suona? Perché? Mi riguarda? Cosa vuole dirmi?
Era una pausa umanizzante, come la fretta del viaggio è disumanizzante. Se ”partire è un po’ morire”, allora fermarsi e ascoltare la musica è un po’ rinascere. Un pianoforte che suona in una stazione ferroviaria ferma la tua vita, ti fa delle domande, e ti obbliga a rispondere. Quelle domande sapevi da sempre di averle dentro di te, ma speravi di tirare avanti all’infinito, senza rispondere mai. Un po’ come l’Innominato quando si trova di fronte al cardinale: entra in crisi. Bene, da due anni, ogni volta che prendevo un treno e andavo in stazione, nella mia città, mi fermavo ad osservare lo sconosciuto di turno, seduto sullo sgabello, che suonava quel pianoforte nero, muovendo con sapienza le dita sui tasti e curvando o drizzando il busto per caricare i suoni che esprimeva, e guardavo la gente che si radunava intorno. La vedevo colta in contropiede. Interrogativa, dubitosa, sullo spettacolo e su di sé. Sulla propria vita. Sul proprio tempo, sul nostro tempo. Un dubbio, una dubitosità benéfici, perché se dubiti puoi correggerti, se la tua vita ha un errore puoi eliminarlo. Tutto questo alla stazione, alle Ferrovie, allo Stato non costava niente. Perciò pensavo che sarebbe stato copiato da altre stazioni. Immaginavo che sarebbe spuntato un pianoforte anche alla stazione Centrale di Milano, alla stazione Termini di Roma, a Firenze Santa Maria Novella. Immaginavo che i viaggiatori stranieri si sarebbero fermati entusiasti, pensando: “Ah, gli italiani, che grande popolo!, pazzo d’arte!”. C’era perfino un suonatore professionista, che veniva in stazione apposta per suonare il pianoforte, in abito scuro e guanti bianchi, e suonava lunghe melodie struggenti. Era il suo modo di piangere? Di che, perché? Non gliel’ho mai chiesto. Nel ”Pianista” di Polanski, il capitano tedesco melomane che s’imbatte nel pianista ebreo nascosto in una casa distrutta, dove d’intatto è rimasto solo un pianoforte, non gli chiede il nome, gli chiede cosa fa di mestiere: “Io sono… io ero un pianista”, “Pianista? Prego, suonate qualcosa”, e quello suona. Polanski ci fa sentire per qualche minuto quei suoni angelici e intanto sorvola con la macchina da presa la città di Varsavia disintegrata dalle bombe, dove non resta pietra su pietra: gli uomini che esprimono quei suoni angelici esprimono anche questa furia diabolica. Il capitano tedesco salva il pianista ebreo, portandogli da mangiare e cedendogli il proprio cappotto. “Grazie”, fa il pianista. “Non è me che dovete ringraziare”, “E chi dunque?”, “Dio, è a Lui che dobbiamo la nostra sopravvivenza”. Nella Varsavia incenerita la musica è qualcosa di paradisiaco in un  mondo infernale. Purtroppo (è questa la ragione per cui scrivo questo articolo), da ieri il pianoforte, nella mia stazione, non c’è più. Il padrone l’ha ritirato. Perché vandali sconosciuti avevan rotto il sedile, una gamba, il coperchio che copre i tasti. Chi sono questi vandali? Quelli che suonano e quelli che ascoltano sono malati di qualche male da cui vogliono guarire. I vandali, che non ascoltano e vogliono che neanche gli altri ascoltino, sono troppo malati per guarire.

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