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Ferdinando Camon

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7 maggio 2020
 
La ripartenza fa paura

Di Ferdinando Camon
 
 
Pare una notizia del Nord-Est quella del piccolo imprenditore napoletano che, non potendo pagare i dipendenti, s’è impiccato. Se c’è un’area d’Italia dove la notizia viene sentita come fraterna è la nostra area, di noi triveneti. Che cos’è che affratella quel piccolo imprenditore napoletano ai nostri imprenditori nordestini? La piccola azienda. I pochi dipendenti sentiti come una famiglia. Il capo azienda come un padre. I lavoratori come figli. Le difficoltà dei figli diventano difficoltà del padre, che per liberarsi di quelle difficoltà si libera della vita. Sto alle notizie come circolano finora, e quel piccolo imprenditore mi pare il gemello di tanti piccoli imprenditori del Nord-Est, testimoni di nozze dei dipendenti, padrini di battesimo dei loro figli. I dipendenti non soltanto non devono pagare le difficoltà dell’azienda, ma non devono nemmeno conoscerle. In Italia c’è anche un’imprenditoria etica ed è questa, che fa del lavoro una missione. L’imprenditore-suicida ha lasciato degli scritti in cui dice: “Dopo tre mesi di chiusura, non ce la faccio a ripartire”. Quanti colleghi sono come lui? Tutti? Ripartire non significa spendere e guadagnare, ma soltanto spendere, per mesi e mesi. Spendere non solo per il presente, ma anche per il passato, perché nei mesi della chiusura le spese venivano addebitate e adesso bisogna saldarle. Dall’affitto agli stipendi alle bollette alle tasse. Le tasse sono giuste e dobbiamo pagarle tutti, però ci sono dei momenti in cui non ce la facciamo. Anche quelli tra noi che non possiedono aziende ma possiedono una casa, devono pagare l’Imu: ma nella seconda casa lo Stato non li lasciava andare, allora perché pretende l’Imu? Lo Stato non potrebbe sospenderla? Non rimandarla, che dopo te la trovi lo stesso da pagare e dovrai pagarla, ma annullarla. Così per le aziende, negozio o negozietto, fabbrica o fabbrichetta, o cantiere. Il rapporto fra Stato e imprenditore, cioè tra fisco e contribuente, dovrebbe usare un po’ di psicologia, evitare gli attriti, cercare l’intesa e non lo scontro. A Milano ieri 50 ristoratori hanno organizzato una manifestazione in piazza, quella che si chiama flash mob, e la questura li ha stangati con 400 euro di multa perché riunendosi infrangevano il divieto di assembramento. È vero, ma l’idea a Milano era di mettere sulla piazza delle sedie vuote a simboleggiare la protesta, poi gli uomini han voluto restar lì a protestare a voce, perché i dipendenti non ricevono la cassa integrazione e le banche non danno prestiti. Io dico solo una cosa: facciamo in modo che l’imprenditore napoletano resti un caso unico, non trovi imitatori. La ripartenza ha bisogno di un accordo fra Stato e aziende. Bisogna trovarlo.          

 

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