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Ferdinando Camon



24 aprile 2019: per "Messaggero Veneto" e "Piccolo"

Per il Direttore
 
Che cos’è il 25 aprile
 
Di Ferdinando Camon
 
Che Salvini vada a Corleone, sentita come il cuore e il simbolo della mafia, invece che in qualche zona sentita come cuore e simbolo della Resistenza, oggi 25 aprile, lo giudico un errore. Tanto più che ieri sbarcavano a Milano caterve di tifosi della Lazio con lo striscione “Onore a Benito Mussolini”. Li ha mandati a morire in tutte le guerre, le ha perse tutte, e quanto toccava a lui di morire scappava in camion travestito da soldato straniero, e loro gli tributano “onore”. Quello di Salvini è un errore che oltre a una errata valutazione storica e culturale contiene anche una errata valutazione morale. Quindi è una colpa. Noi abbiamo paesi e città disseminati di lapidi e iscrizioni che ricordano i caduti della Resistenza, ognuno di noi ha dei parenti o dei conoscenti che han pagato a caro prezzo l’opposizione al regime fascista e nazista, che in quel momento formavano un blocco unico, feroce, e si dividevano i compiti: ai nazisti le stragi, ai fascisti le basse opere. Il 25 aprile quel regime si sfasciò. L’armata tedesca era in rotta, e i fascisti si nascondevano, sperando di farla franca per i giorni più pericolosi, e poi di poter contare sull’oblio. L’armata tedesca in ritirata era immensa. Passò per giorni e notti. Allineata, silenziosa, disciplinata, sui due lati della strada, delle strade secondarie, quelle non battute dall’aviazione nemica. Quindi per le mie strade di campagna. Era infinita, i carri armati frusciavano come frasche che puliscono per terra. Qualche mese prima avevano fatto le ultime impiccagioni. Al ponte di Bevilacqua (Verona) avevano impiccato un mio parente, partigiano, che non voleva parlare e rivelare gli altri della banda, un tedesco gli diceva: “Se tu non parlare, noi ‘piccare”, lui gli tirava un calcio sugli stinchi e rispondeva: “Picchéme!”. Lo hanno impiccato, accanto al ponte. Di notte il cadavere oscillava e ruotava nel vento. Una vecchia contadina, che passava di lì, vide quest’ombra, s’accostò e gli chiese che ora fosse, poi s’accorse che era un impiccato, e “ne ebbe un’impressione tremante”. Si chiamava Giulio. Volete sapere chi era Giulio? Un eroe. Volete sapere chi è un politico che non va dalla Resistenza ma va dalla mafia perché porta più voti? Un vile.
Sia chiaro: la Resistenza e la Liberazione sono operazioni interminabili, c’è sempre un fascismo da combattere, un regime iniquo o ingiusto, e ricordare la Liberazione vuol dire anche fare un’opera anti-mafia. La Liberazione era in nuce l’avvio di un’epoca contro il razzismo, contro il classismo, contro il potere dei ricchi, contro le disuguaglianze nella Sanità, nei concorsi, nei processi, contro la proprietà privata dei mezzi di comunicazione, contro la proprietà privata dei partiti, contro i libri di testo imposti dalle autorità politiche, contro la mafia…: grandissima parte di questo interminabile programma è ancora da compiere, perciò parliamone e ricordiamolo. Oggi è il 25 aprile. Non dimentichiamolo. Dimenticare vuol dire tradire. Io ho scritto sul comandante tedesco che fece impiccare il mio parente, dopo la guerra quel comandante fu scoperto anche grazie ai miei libri tradotti in Germania, fu portato in processo e morì d’infarto. Quando vado al cippo che ricorda quel parente leggo il suo nome e gli dico: “Io ti ho fatto giustizia”. Non la mia nazione. La mia nazione è vile. Dove dovrebbe andare oggi Salvini? Dalla Resistenza. E Corleone? Domani.  

 

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