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Ferdinando Camon


Per il Direttore
 
23 settembre 2019
 
È lecito uccidersi?

Di Ferdinando Camon
 
Oggi la Corte Costituzionale dovrebbe esaminare una questione delicatissima, il diritto al suicidio. Dico “dovrebbe”, perché le opposizioni sono tante. Un anno e mezzo fa fu aperto un processo contro Marco Cappato, accusato di aver teoricamente e materialmente aiutato Fabiano Antoniacci a morire. La Corte d’Assise di Milano sollevò un dubbio di legittimità costituzionale sull’articolo del codice penale che parifica la difesa del suicidio con l’aiuto al suicidio. Oggi la Corte Costituzionale dovrà decidere. Nel frattempo è successo che un cardinale s’è pronunciato “contro” il suicidio come diritto dell’uomo, ribadendo il principio che l’uomo non è padrone della sua vita. La vita è un dono, chi lo riceve dev’essere grato e rispettoso. Il fatto è però che la scienza ha ottenuto grandi risultati nel prolungamento della vita, ma questo prolungamento della vita si traduce nel continuo rinvio della morte, nel prolungamento della vecchiaia e delle malattie, e quindi della sofferenza. Ci sono casi in cui è evidente che la vita-che-non-finisce-mai è una morte che non-finisce-mai, una vita artificiale. Noi italiani ricorriamo col pensiero a Eluana, in coma da tantissimi anni, ma tenuta in vita dalle macchine: ai cattolici che premevano perché quella vita fosse continuata e sostenevano che interromperla sarebbe stata una ribellione dell’uomo a Dio opponevo il ragionamento contrario, che Dio avesse voluto la fine di quella vita quando c’era stato l’incidente e il coma, e che l’uomo, con le sue macchine, si ribellava innaturalmente a questo destino. In quel caso si trattava della nostra decisione, di noi umanità, su una vita altrui, di una persona che non poteva parlare. Adesso la Consulta dovrebbe pronunciarsi su un caso diverso: a voler morire, ricevere aiuto per morire, è una persona che lo chiede perché sta così male da invocare la morte in ogni minuto della giornata, da chiedere la morte ai medici e agli amici, da portare la sua stessa madre a sperare nella sua morte, convinta che la vita è così invivibile, così inaccettabile, che la morte è una grazia. Il cardinale dice che sottrarsi alla vita è egoismo, un rifiuto di dare quanto si può ancora dare. Sto col cardinale quando penso che un paese europeo voleva nei giorni scorsi introdurre il diritto di rifiutare di proseguire la vita quando la si ritiene compiuta, quando si è fatto quel che si voleva fare. Questo sì che è egoismo. Ma ci sono vite disperate, la cui disperazione ci contagia. Vogliono farla finita. Non meritano maledizione, ma un’infinita pietà. Pietà per loro e per noi. Per tutti.  

 

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