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Il sito ufficiale di Ferdinando Camon

Ferdinando Camon


Per il Direttore e Brunetto
 
10 dicembre 2018  
 
Natale, niente compiti a casa
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Il ministro dell’Istruzione annuncia una circolare con la quale chiederà una diminuzione dei compiti a casa durante le vacanze di Natale, che ormai sono alle porte, affinché gli studenti possano dedicare quel tempo alla famiglia, agli amici, allo svago, al riposo. E subito tra gli adulti, genitori e insegnanti, parte la polemica: le vacanze senza compiti non sono diseducative? Il ragazzo non rischia di perdere quel poco che ha imparato? Non tornerà a scuola più ignorante di quando ne è uscito? Insomma: le vacanze senza compiti non sono un errore? Ragioniamo.
Anzitutto, si tratta delle vacanze di Natale, e non delle vacanze estive. Si tratta cioè di pochi giorni. Non è che in quei pochi giorni, se non studi e non ti eserciti, perdi completamente quel che prima avevi imparato. E poi, che i compiti gravino sugli impegni delle famiglie, le condizionino, come lamenta il ministro, è certamente vero. Se i figli sono liberi da impegni fissi, la famiglia può stare più unita, sia in casa che in vacanza. È lo scopo che il ministro vuol raggiungere: famiglie che trascorrono le vacanze insieme, senza che i figli debbano appartarsi di giorno o di sera, per fare i compiti scritti o per studiare. Sarebbero giorni di reciproche scoperte, i genitori scoprono meglio i figli e i figli capiscono meglio i genitori. A questo dovrebbe servire il Natale, alla riscoperta della filialità. C’è un movimento d’opinione, fondato da un dirigente scolastico di Genova, ormai famoso, che si chiama Maurizio Parodi e ha scritto un libro che fin nel titolo riassume il programma: Basta compiti! Questa corrente, che raduna una discreta parte degli insegnanti, ritiene che i compiti a casa siano pesanti, deprimano i figli e avvelenino la  vita dei genitori, e non servano a tener sveglio il cervello dei ragazzi, anzi lo stancano e lo intorbidano. Quindi niente compiti a casa d’estate, e a maggior ragione di Natale. Non sono d’accordo. “Diminuire i compiti a casa a Natale”, come vuole il ministro, è una cosa, “niente compiti a casa d’estate e d’inverno” è tutt’altra cosa. C’è un proverbio latino che non sento mai citare, ed è un peccato perché contiene tanta saggezza. Dice: “Virtus in medio stat”, la saggezza sta nel mezzo. Quindi: meno compiti, ma non niente compiti. Il vecchio sistema, col quale si davano molti compiti e i ragazzi per non scoppiare andavano a copiarseli a casa degli amici, era pessimo. Formava cattivi studenti e uomini disonesti. Meglio pochi compiti, ma che gli studenti se li facciano da soli, ognun per sé. Perché adesso non dovrebbero neanche andare a casa degli amici per copiarseli, basterebbe un’email.   
 

 

 

AL  SEGRETARIO: mi dà il solito segnalino di pervenuto? Grazie. FC
 
 
8 dicembre 2018
 
Uno fa la chemio, tutti si rapano
 
di Ferdinando Camon
 
Un’intera squadra di rugby, la Benetton di Treviso, ha i crani rasati a zero. Non solo la squadra intesa come giocatori, ma anche come allenatore, dirigenti, magazzinieri. Sono tutti malati di tumore e sotto chemio? No, uno solo. Ma tutti gli altri han deciso di fargli compagnia. La decisione l’han presa subito, appena il compagno s’è ammalato ed è stata fatta la diagnosi: allora fu chiaro che la cura avrebbe attraversato un momeno duro, l’amico avrebbe perso i capelli, e il cranio pelato avrebbe rivelato al mondo che era malato. Lui si sarebbe depresso e vergognato. Perché in quest’epoca c’è anche una vergogna del non star bene, non poter rendere al massimo. I compagni han deciso di mimetizzarsi con lui: eran tutti capelluti quando lui stava bene, e quindi lui non si distingueva, saranno tutti rapati ora che lui sta male, e quindi neanche stavolta lui si distinguerà. Gliel’han detto in anticipo? No. Volevano fargli una sorpresa. Vedendo la faccia turbata e commossa di lui, volevano sentire che si turbavano e si commuovevano anch’essi. Lui si chiama Nasi Manu.
Sono andati dal barbiere? No, han chiamato il barbiere negli spogliatoi: gli spogliatoi sono il luogo dove la squadra si compatta prima della partita, e governare lo spogliatoio, caricare di tensione i giocatori, fa parte del mestiere dell’allenatore. Un allenatore che non sa governare lo spogliatoio, vuol dire che non ha in pugno la squadra, e quindi rischia di perdere il posto. Quel che i giocatori si dicono, si promettono, si giurano negli spogliatoi, fa già parte della partita. Ci son partite di calcio che Sky comincia a trasmettere un quarto d’ora prima che comincino, in quel quarto d’ora va negli spogliatoi e ci fa vedere i calciatori, chi incontra chi, che atmosfera regna. La partita è già cominciata. Così la squadra del Benetton ha deciso che il rito della rasatura doveva avvenire negli spogliatoi, perché quello è lo spazio di saldatura fra i giocatori. Alla decisione non ha fatto seguito subito l’attuazione, perché c’eran delle trasferte all’estero di alcuni giocatori, membri delle loro nazionali, e non si voleva mostrare la rasatura di alcuni sì e di altri no. Si è aspettato che tutti fossero presenti. Si voleva che l’amico sfortunato sentisse l’affetto di tutti, nessuno escluso. Si usa spesso l’espressione “fare squadra”. Ecco cosa significa. Non significa soltanto giocare come gruppo, ma vivere come gruppo. Il taglio dei capelli era un rito unificante. Perciò è stato filmato, in modo che possa esser rivisto quando è utile rivederlo. Si dice (non lo so se sia vero, ma mi piace crederlo) che nell’ultima partita del Triplete, Mourinho abbia tenuto alla squadra, naturalmente nello spogliatoio, un’arringa brevissima, questa: “Ragazzi, non siete più giovanissimi. O adesso o mai più”. Li suoi compagni fece lui sì aguti, con quest’orazion picciola, che a stento poscia li avrìa ritenuti. E infatti vinsero. Sotto le Piramidi Napoleone arringò il suo esercito dicendo: “Soldati, trenta secoli di storia vi guardano”. Qui al Benetton si guarderanno il video, per sentirsi uniti. Perché spartire il bene unisce, ma spartire il male di più. E non c’è dubbio che il Benetton, che per una disgrazia del genere poteva anche scomporsi e sfaldarsi, si trova adesso più compatto di prima. E il compagno malato non si sentirà causa di una crisi della squadra, ma del rafforzamento. Si racconta che, pranzando a casa di amici giapponesi, Sartre fosse imbarazzato dopo che s’era tolto le scarpe e accoccolato sul tappeto, perché aveva un buco nel calzino. Gli ospitanti si allontanarono un attimo e tornarono tutti con lo stesso buco nel calzino. L’amico è sacro e non deve sentirsi a disagio. Se ha disagio, spartiscilo con lui. È quel che fa la squadra Benetton. Non so con chi gioca la prima partita, ma spero che vinca.                                

 

 

 

Per il Direttore e per Mafrici
 
30 novembre 2018
 
La maestra cancella il nome di Gesù
 
Di Ferdinando Camon
 
Ci risiamo. In una scuola elementare della Riviera del Brenta, tra Venezia e Padova, una maestra invita gli scolari a saltare il nome di Gesù nella canzone di Natale che imparano a cantare. La canzone s’intitola “Natale in allegria”, e il nome di Gesù ricorre una sola volta in un solo verso. La maestra non lo vuole.  Perché ci sono in classe anche scolari di altre religioni, e lei teme che restino turbati. Il passo pericolosissimo dice così: “Su, brindiamo! Festeggiamo! / Questo è il giorno di Gesù!”. Se si toglie quel nome, non si capisce che giorno è, che festa è, perché si festeggia. Senza quel nome, gli studenti stranieri imparerebbero che quello è un giorno di baldoria che non ha spiegazione: nei paesi cristiani i popoli nel giorno del Natale si danno alla pazza gioia mangiando torrone e panettone (che la canzone cita) e brindando, senza alcun nesso con la storia o la tradizione. Così si nasconde ai bambini islamici l’evento più importante della loro vita: migrando, le loro famiglie li han portati in un paese cristiano, dove il 25 dicembre si ricorda la venuta del fondatore della religione che da lui prende il nome. La maestra teme che fargli sentire questo nome sia un tentativo di conversione forzata. Invece significa soltanto fargli capire che ci sono altre civiltà, e che possono vederle, sentirle, osservarle. Tempo fa c’è stata un’altra maestra che, nella stessa occasione, e cioè nelle feste di Natale, insegnando ai suoi bambini a cantare, per la stessa ragione, e cioè la presenza di bambini islamici, obbligava i suoi piccoli a sostituire la parola “Gesù” con “Perù”: il senso della canzonetta andava a farsi friggere, ma i bambini islamici erano preservati da quello che la maestra considerava un trauma. La conseguenza era, però, che i bambini islamici ricevevano l’impressione di trovarsi in Perù. Ora, cosa fa la scuola? Insegna a capire il mondo. Se dei bambini islamici partono dal loro mondo e vengono in Italia, quella è certamente l’avventura più importante della loro vita, che li condizionerà finché vivranno. Calargli nella testa l’idea che si trovano in Perù, non può che impedirgli il rapporto con i compagni, con il paese, col mondo, con la vita. Tutto il contrario di quel che deve fare la scuola. Quella maestra col suo “Perù” scatenò un pandemonio e fu ammonita, questa maestra della Riviera del Brenta che non trasforma Gesù in Perù ma si limita a cancellarlo, è stata smentita da una sua scolara, che ha promosso una raccolta di firme per far restare il nome di Gesù. Pressoché tutti i bambini han firmato. Questa maestra è stata ammonita dai suoi bambini. Può esserci ammonizione più grave?                       

 

 

Per Cattaneo e Brunetto e Mafrici
 
23 novembre 2018
 
Una madre vale 4mila euro al mese
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Un’inchiesta fa i conti del lavoro che fa la madre in casa in quanto madre, cioè donna della casa e della famiglia: praticamente fa tutto, se la famiglia vive, mangia, dorme è merito suo. Il lavoro che la donna svolge in casa e che non viene, non dico ricompensato, ma nemmeno riconosciuto, è immenso. Noi uomini ce ne accorgiamo quando la nostra donna, per qualche ragione (sta male, fa un viaggio…) smette di lavorare: entriamo nel panico, non ci orientiamo in niente, dal preparare la colazione al pranzo alla cena, al portare i bambini a scuola, a lavarci una camicia, a stirarla, a usare l’aspirapolvere, non abbiamo pratica di niente, andiamo a tentoni. Perciò ci mettiamo il doppio e facciamo peggio. Se esistesse una madre-in-affitto la prenderemmo subito. Una che venisse in casa, prima che i bambini si sveglino, e si occupasse di tutto, fino a sera, quando vanno a letto. Saremmo disposti a pagarla bene, pur di cavarci d’impiccio per un giorno, due, tre. Ma non esiste la madre-in-affitto. Esiste il marito-in-affitto, almeno in certe città. Chiedi a Google marito-in-affitto, e ti dà gli estremi per prenotarlo, per i lavori che ti servono. Non costa carissimo, 20 euro alla chiamata e 20 euro all’ora. Abbiamo mai pensato quanto vale la nostra donna di casa, la madre-cuoca-sarta-domestica-autista? Quanto costerebbe il lavoro della madre, se fosse retribuito? L’inchiesta dà risultati sbalorditivi: la madre media italiana è nel fiore delle forze, si aggira sui quarant’anni (uno in meno, 39), ha un figlio o due (pochi dunque), e il lavoro che svolge nel corso del mese, se pagato onestamente, dovrebb’essere compensato con quasi 4mila euro lordi. Una cifra enorme. A pensarci bene, la figura portante della famiglia, che nella nostra tradizione è sempre stata il padre, di fatto viene scalzata, e adesso è la madre. E questo ruolo, diciamo economico, è solo una parte della complessa influenza della madre sulla famiglia. Se il ruolo del padre è da sempre quello di fare da collante tra la famiglia e il mondo, essere il portatore d’ordine, colui che dice “no”, il ruolo della madre è più silenzioso ma tenace, e sta nel cementare l’unione, tenere i rapporti, insegnare il sentimento, educare a crescere. La madre “fa la famiglia”. In un’epoca di crisi, com’è quella che stiamo attraversando, il mondo svanisce e la famiglia è tutto. Il nostro mondo è la famiglia. La figura che costruisce l’umanità di domani è la donna. Mi dispiace per i padri, tra i quali rientro, quindi mi dispiace anzitutto per me, ma la figura centrale nella vita dei nostri figli, quella di cui domani si ricorderanno con nostalgia, è la madre.

 

 


Per Cattaneo, Brunetto, Mafrici
 
16 novembre 2018
 
La preghiera più conosciuta al mondo
 
Di Ferdinando Camon
 
Si è messa in moto una grande rivoluzione: la preghiera cristiana più conosciuta al mondo (e la più bella), il “Padre nostro”, cambia l’espressione “non indurci in tentazione” con “non abbandonarci alle tentazioni”. La rivoluzione di una formula religiosa non riguarda soltanto i credenti di quella religione, ma tutta l’umanità che vive dentro il suo sistema: non è una rivoluzione religiosa, culturale, dottrinaria, ma è  una rivoluzione antropologica, cambia l’uomo. L’uomo che pensava che il Padre di Tutti poteva indurlo in tentazione, e lo pregava di non farlo, non era più l’uomo cristiano. Lo era stato, ma non lo era più. Nelle città e nelle campagne delle Venezie, quando moriva qualcuno, lo si accompagnava alle esequie cantando il Dies irae. Il concetto di “Dies irae” è stato sostituito dal concetto di Giorno del Giudizio. Nel Giorno del Giudizio ognuno vien giudicato, e chi è giusto non ha niente da temere, anzi quello è un giorno di festa per lui, perché sarà premiato. Il Giorno dell’Ira non dava questa serenità, perché nel Giorno dell’Ira “a malapena chi è giusto potrà sentirsi sicuro”, in latino: “vix iustus sit securus”. Al Dies irae Benedetto Croce ha dedicato l’ultimo capitolo del suo importante libro Poesia e non poesia. Di fronte a ogni poeta e ad ogni poesia Croce si domandava se è poesia o non è poesia, arte o non arte, e si pose questa domanda anche di fronte al Dies irae, terribile inno cristiano, indirizzato a un Dio non buono, non pietoso, non misericordioso, ma vendicativo e collerico, che vuol punire tutti, e perciò di fronte a lui anche chi è buono e giusto ha difficoltà a cavarsela, se la cava a stento, vix. È stato il Dio dei cristiani fino a Pio XII. Generazioni di bambini delle Venezie si sono formate sul Catechismo di Pio X, che aveva in appendice la sequenza, da imparare a memoria, dei peccati “che gridano vendetta” al cospetto di Dio: non giustizia ma vendetta, e non chiedono ma gridano. Tra questi peccati il primo era l’omicidio volontario e il secondo l’omosessualità. Sugli omosessuali il Padre Nostro non esercitava la giustizia ma la vendetta, che è una giustizia nevrotica. Per arrivare alla sospensione di Papa Francesco, “Chi sono io per giudicare un gay?”, ci voleva una rivoluzione, bisognava venire da un’altra storia, e infatti quel papa veniva dall’altra parte del mondo. Vista dall’altra parte del mondo, la formula “non indurci in tentazione” non può essere rivolta a Dio, perché chi induce in tentazione è il diavolo. Cambiare una formula così importante nella dottrina cattolica è un’impresa titanica, e dunque questo papa è un benefico acceleratore della storia.      

 

 

Per il Direttore e per Brunetto
 
8 novembre 2018
 
Veneti, compriamo veneto
 
Di Ferdinando Camon
 
 
Tutti stiamo pensando a come aiutare le zone disastrate a ripartire, cosa possiamo inventare, ciascuno di noi individualmente. Un amico lettore del “Giornale di Vicenza”, Luigi Pelliccione, ha un’idea generosa: dice che dovremmo, ciascuno di noi, acquistare un albero, uno dei tanti alberi stesi a terra e morenti. Se ne acquistiamo uno a testa, sgombriamo intere foreste. Sono d’accordo con l’idea dell’aiuto, non dell’albero. Per aiutare le zone del Norditalia, noi che abitiamo nel Norditalia in primo luogo dovremmo prenotare le prossime vacanze sciistiche negli alberghi di quelle zone, a prescindere da come sarà il paesaggio intorno. Non dovremmo andare in Slovenia o in Austria, solamente perché le terre di casa nostra hanno patito un disastro. E mi pare praticabile l’idea di comprare nei negozi i prodotti delle zone disastrate, sceglierli spontaneamente negli scaffali, pagarli, portarli a casa. Vado ogni tanto a Los Angeles, e quando la produzione americana era in crisi vedevo nei negozi apparire cartelli con un invito: “Americani, comprate americano”. Per quanto possa sembrare ingenuo, ha funzionato. La produzione americana, prima schiacciata da quella giapponese e da quella asiatica, s’è risollevata. Propongo la stessa cosa.
Certo che nella prossima stagione sciistica le stazioni a est e a nord dei nostri confini offriranno paesaggi più idilliaci, sia intorno agli alberghi che intorno alle piste, ma quel che propongo è proprio questo: non abbandonare i nostri centri sciistici solo perché l’uragano li rende adesso meno seducenti, o alcuni addirittura drammatici. Sciare sui pendii battuti da un uragano ha una sua memorabilità. Ma tutte le mattine potremmo aiutare le zone disastrate preferendo nei negozi i prodotti che da quelle zone vengono. Dalle aree della Venezia Giulia, della Carnia, al Friuli, all’Altopiano di Asiago, ai colli vicentini, alle colline veronesi, alle Prealpi e alle Alpi, dal bellunese al trentino, vengono formaggi, miele, vini, paste, latte, birra fra i migliori del mondo. Cito questi prodotti perché rientrano fra i nostri acquisti quotidiani, quindi acquistarli ci permette di aiutare quotidianamente le terre danneggiate. E non sto parlando contro l’etica del mercato: se il mercato vuole che il prodotto migliore sia il più venduto, il burro di Asiago, i vini bianchi dei colli orientali del Nord-Est, il pinot grigio, i canederli e il latte del bellunese, la birra di Udine, i vini rossi delle colline prospicienti il Garda che ricevono i riflessi pomeridiani del lago, hanno i sapori più dolci della terra. Ricordarselo non fa il bene soltanto di chi vende, ma anche di chi compra.

 

 

 

 

Per il Direttore e per Brunetto: sulla necessità e sulla possibilità che le zone disastrate si rialzino subito, oggi ne sappiamo più di ieri, perciò aggiorno l’articolo, ci tengo ai miei lettori. Se usate questa versione, mi fate un grande piacere. Datemi conferma, grazie. FC
 
6 novembre 2018
 
Rialzarsi subito
 
di Ferdinando Camon
 
Il disastro è stato enorme, e ci ha fatto scappare parole enormi. Ma queste parole sono il frutto dell’emozione, il momento è passato, bisogna trovare altre parole, perché la realtà muta e si adatta, e noi (noi veneti, noi friulani, noi lombardi) dobbiamo mutarla e adattarcela. La visione della catastrofe mentre era in atto ci ha fatto dire che i boschi ci metteranno “cento anni” a tornare come prima. I nostri governanti, seguiti dai mass-media, tg e giornali, parlavano di una visione “apocalittica”, per indicare i monti squarciati e le foreste di abeti rossi galleggianti sulle acque; masse sterminate di tronchi si stendevano sull’acqua come un pavimento, si vedevano i tronchi compatti e l’acqua sotto non si vedeva più, era un quadro metafisico e perciò traumatico. Qualcuno ha inventato la metafora dei “fiammiferi”, gli alberi come fiammiferi, i boschi sconvolti e disordinati come una scatola di fiammiferi rovesciata per errore a spargere il suo contenuto sul tavolo. Gli alberi come fiammiferi è una metafora che dà anche l’idea della leggerezza degli alberi nella strapotenza del vento. Ma tutto questo non è e non può essere eterno, ha una durata, passata la quale la Natura (scriviamola maiuscola in segno di rispetto, quel rispetto che lei ci ha fatto capire di pretendere) tornerà ad essere quella che è sempre stata, e nel vicentino, nel trentino, nel veronese, nel bresciano, nel bellunese ha sempre avuto i caratteri della bellezza: questi boschi erano “belli”, tanto belli che s’era creato perfino un “turismo dei boschi” e un “turismo degli alberi”. Quel turismo tornerà, e non aspetterà certo un secolo per tornare. I “cento anni” di attesa per riavere i boschi che c’erano prima, l’”apocalisse” delle montagne venete, i “fiammiferi”o “stuzzicadenti” a cui eran ridotti gli alberi sparpagliati, eran metafore imposte dalla disperazione. Alla disperazione fa séguito l’azione, specialmente dove si trovano i veneti e i lombardi, contadini, operai, professionisti. Gente abituata a non arrendersi, a ripartire e continuare, a tutti i costi. Un secolo di attesa? In questi giorni governanti e amministratori lanciano la nuova parola d’ordine: la data tradizionale per aprire la stagione sciistica è l’8 dicembre, bisogna segnarsi il punto d’onore di rispettare quella data. Manca un mese. Fra un mese le sciovie devono correre. Qualcuno si fa più audace: qualche pista può aprire già a fine novembre. Dove manca la corrente, bisogna portare i generatori e i super-generatori. Serviranno sia per far correre le seggiovie, sia per sparare la neve con i cannoni. La data è vicinissima, non c’è tempo per piangere.

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